E' uscito il nuovo libro di Massimo Zamboni
 



"Il mio primo dopoguerra"
di Massimo Zamboni
    QUEL VIAGGIO A BERLINO DI MASSIMO ZAMBONI

    L'ultimo racconto di Altri libertini di Tondelli è Autobahn: un ragazzo sta su un ponte dell'autostrada e, in un monologo accorato, pensa al Mare del Nord e ad una ipotetica fuga verso l'Europa, verso quella storia che molti ragazzi di quella generazione hanno inseguito scegliendo di stabilirsi a Berlino e a Londra. Altri libertini veniva pubblicato nel 1980. Ora a raccontarci che cosa è stato quel viaggio a Berlino sognato e desiderato da Tondelli è Massimo Zamboni, in un libro che potrebbe essere una raccolta di frammenti di diario, ma che diventa un vero e proprio "romanzo critico" di una generazione, come lo era stato Un weekend postmoderno di Tondelli. Infatti Il mio primo dopoguerra è uno dei libri più belli di questa annata letteraria, tale è la sincerità e la tensione personale che vibra in questo spazio di vita ricondotto all'idea di una revisione del concetto di tempo, proposto da quel grande poeta-musicista che è Zamboni. Sceglie tre città, Berlino – Beirut – Monstar, osservate in tre periodi diversi e ognuno corrispondente a un momento catartico: il 1981 a Berlino, il 2001 a Beirut e il 1998 a Monstar. A Berlino si riflette il tempo più lontano e il conto aperto con la Storia e con il Muro che sarebbe caduto. La Berlino che ci racconta è quella che ci avrebbe potuto raccontare Tondelli che a Berlino ci aveva vissuto per un certo periodo. Ed è straordinario ritrovare nelle pagine di Zamboni una voce parallela, un incrocio a distanza delle loro strade, che già si era incontrate, proprio dopo quella visita berlinese, quando i CCCP-Fedeli alla Linea, con Zamboni e Ferretti furono presentati nel primo articolo che Tondelli scriveva sull'Espresso. E l'inizio del viaggio a Berlino di Zamboni insegue quell'idea del racconto tondelliano, con quella immagine epica dei Tir e della loro fenomenologia, un mondo a parte, dove "il Tir si riscuote, e segue i pensieri dell'uomo". E aggiunge: "Viaggiare in TIR sulle autostrade tedesche di notte, ascoltando Autobahn dei Kraftwerk è un esperimento di metalinguaggio". Lo spazio dedicato a Berlino è il più consistente in questo viaggio di Zamboni. In questa prima "linea di confine" che Berlino rappresenta si formula anche il centro del libro: la cognizione di un tempo che ha a che fare con la propria storia personale, di una Storia che non scivola intorno, ma interroga. Zamboni riporta una citazione da Nel corso del tempo di Wenders: "Per la prima volta mi sento come uno che ha dietro di sé un certo tempo, e questo tempo è la mia storia". Un tempo, la cui cognizione, diventa assunzione di responsabilità, tanto che a Monstar l'intuizione berlinese si precisa e "quest'ultimo dopoguerra di Mostar è il primo dopoguerra davvero nostro. Di tutti noi, cresciuti senza guerre". E da questa constatazione il titolo del libro. C'è una grande emozione fisica e cerebrale in queste pagine che rimandano a brevi flash della storia musicale di Zamboni, ma per lo più la evitano, prediligendo e giustamente il proprio "colpo di vista", quello che porta ad un esercizio di accettazione del proprio tempo che "ci appartiene, malgrado tutto", per mettere in luce "la voglia di gioia degli sconfitti" di Beirut e Mostar, "il loro reclamo alla vita". Questa attraversata delle "città estreme" diventa un modo per mettere alla prova anche le ultime certezze degli occidentali "di sinistra", colti e equosidali. Secondo Zamboni, "nella loro crudezza non addomesticabile sono perni per l'esplosione delle nostre identità. Sembrano lì apposta per scardinarci".
    Fulvio Panzeri

    Massimo Zamboni, Il mio primo dopoguerra, Mondadori, 2005




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