Semplicemente, un osservatore
 


    Pier Vittorio ha parlato molto di sé nei suoi scritti. In occasione del suo cinquantesimo compleanno lasciamo a lui la parola, con alcuni frammenti in cui mette a nudo la sua intimità di uomo e di scrittore.
    I brani sono tratti dai volumi "Un weekend postmoderno" e "L'abbandono", ad eccezione dell'ultimo, pubblicato nel n. 106 di "Rockstar" e mai più edito in volume.

    È occorso del tempo per capire, dentro di me, che pur essendo figlio di una più vasta cultura occidentale, pur essendo un inguaribile estimatore di musica pop e rock, pur essendo un consumatore di cinema americano e di letteratura della beat generation, sono anche profondamente emiliano. E, in questo senso, legato alle mie origini in quel modo tutto particolare generoso, forse, esuberante e ansiosamente malinconico che hanno i personaggi della mia terra.

    LA CASA, LA TERRA
    "Domani c'è la luna nuova," dice mio padre, uscendo dall'ascensore e incontrandomi nell'ingresso. E il suo modo di salutarmi. Non dico niente. Si accorge che mi aspettavo qualcosa da lui. Allora mi guarda con una breve occhiata di comando. "Tutto bene? Allora vai a dare una mano a tua madre."
    Qualche minuto più tardi, anch'io mi trovo davanti a quell'interminabile fila di bottiglie lucide e verdi, pronto a sciacquarle e a lustrarle. Il giorno dopo andrò con mio padre, in auto, alla cantina del paese per ritirare le damigiane. Aiuterò i miei facendo quelle poche cose che so fare, ma più che altro li osserverò imbottigliare il vino nuovo con i loro piccoli strumenti ecologici: le cannule, i galleggianti nella vaschetta, i rubinetti... Li vedo come due ragazzi e, nel buio del nostro piccolo e anonimo ripostiglio sotterraneo, sento il peso della loro storia, l'immagine della casa del nonno, in campagna, che ora non c'è quasi più. Sento il loro cervello lavorare, preso da un trip che io non conosco: io, nato in paese, praticamente in piazza, e cresciuto in un cinema. Mentre il vino scende frizzante nelle bottiglie; vedo mia madre ragazzina; la vedo vincere la corsa a ostacoli del sabato fascista; la vedo riversa in un fossato, con la sua bicicletta e un cadavere accanto, sotto il fuoco di un mitragliamento aereo. Vedo mio nonno, il giorno di Pasqua, a capo di una tavolata di una ventina di persone, e noi bambini relegati di là, in un'altra stanza, per poi essere ammessi sulle ginocchia dei nostri genitori solo nel momento finale, quando, appunto, qualcuno portava in tavola le bottiglie provenienti da una vite i cui grappoli non finivano come gli altri alla cantina, ma venivano pigiati in casa, sotto il porticato di fianco al fienile, e il cui mosto avrebbe dato quel vino intenso, abboccato, un po' torbido, che un sommelier forse non avrebbe mai osato consigliare ai suoi raffinati clienti, che per noi tuttavia rappresentava non solo una tradizione, ma il significato stesso di parole come "casa" e "terra".

    L'ARCO
    Ora che ci penso, anch'io ho posseduto un arco. Era una leggerissima e piatta assicella di legno, curvata come un attaccapanni. Alle estremità c'erano i tagli per infilare e tendere la corda, un comunissimo spago. L'impugnatura, invece, era molto bella, rivestita di fili di plastica multicolori e morbidi. Le frecce terminavano in punta con una ventosa per aderire al bersaglio che era, questo lo ricordo benissimo, una grande maschera di clown con un naso a molla che, se centrato, faceva volar via il copricapo del fantoccio. Ma ci sono altri archi da ricordare. Quelli che si costruivano in bambù con la nostra ghenga di amici appena adolescenti nei campetti e nelle pratine, con frecce insidiose e intenti bellicosi: si cacciavano le rane lungo i fossi e i canali, per farne trofei e addobbi da sistemare nelle capanne di frasche, alla cui ombra parcheggiavamo le biciclette. E ci sono gli archi "alternativi" e "creativi" e "metropolitani", molto meno ruvidi dei primi, molto più consapevoli di sé: archi decorati con piume, stoffe colorate e perline di vetro che, coi ragazzi di un lungo corso di animazione teatrale, abbiamo pazientemente costruito, ricopiandoli dai libri sugli indiani delle praterie, allora molto in voga e molto pregni di senso marginale, parlo naturalmente del 1976.

    ESAMI DI MATURITA'
    Di quegli esami di maturità, affrontati al liceo classico Rinaldo Corso di Correggio nel luglio del 1974, posso ricordare solamente dettagli abbastanza esteriori: gli spostamenti in bicicletta, al mattino presto, per raggiungere la campagna e li, sotto un pergolato, ripassare i programmi di italiano e di storia; gli inviti frenetici dei compagni a partecipare a gruppi di vacanza-studio nelle seconde case, fresche e tranquille, a Campiglio, a Pomposa, sul lago di Garda, in Val di Fassa; il training autogeno condotto, la sera, su basi musicali di Leonard Cohen; le sigarette Gauloises, il meticoloso rito scaramantico di infilare nel taschino della camicia, a sinistra, una cartolina di saluto della fidanzata; le telefonate ansiose dell'amica del cuore per alleggerire, chiacchierando, la paura che inevitabilmente prendeva corpo in certi momenti: l'angoscia, non tanto del dover rendere conto di un ciclo di studi bene o male terminato, ma proprio l'idea stessa dell'essere esaminati, guardati, giudicati, valutati come persone, con i propri tic, le insicurezze, i difetti di linguaggio, le emozioni, i sentimenti... Quegli esami di maturità si risolsero poi, come nella maggioranza dei casi, senza traumi e senza particolari contraccolpi.

    L'inizio del tema di Tondelli all'esame di maturità (sostenuto presso il Liceo classico "Rinaldo Corso" di Correggio nel luglio 1974) e il giudizio della Commissione d'esame



    ANNI SETTANTA
    Vorrei commemorare qui gli anni settanta, anni molto cari e molto amati per quello che hanno effettivamente rappresentato per un ragazzo che li ha attraversati dai quindici ai venticinque anni d'età. Il ragazzo non avrebbe fatto parte di nessuna organizzazione politica dell'estrema sinistra, non avrebbe occupato scuole, avrebbe contestato il nozionismo degli insegnanti in modo individuale, avrebbe sflilato, qualche volta, in corteo per le strade del suo borgo, non si sarebbe mai azzardato a prendere la parola in un'assemblea. Avrebbe detestato la politica, pur conservando aspirazioni terzomondiste e comunarde. Si sarebbe sbarazzato del giogo cattolico tutto d'un tratto, crescendo; in seguito sarebbe arrivato a rivedere tutto quanto il suo misticismo e la sua ansia di assoluto rivolgendosi alla contemplazione delle religioni e delle filosofie dell'Estremo Oriente. Il ragazzo avrebbe letto quotidianamente Lotta continua, mensilmente Re nudo, ogni tanto Lambda. Avrebbe collezionato testi, poesie, romanzetti, diari e confessioni pubblicati da case editrici di cui ora non può ricordare il nome, ma che in quegli anni erano conosciutissime, e testimoniavano di una collettiva voglia di prendere la parola. Si sarebbe sentito in contatto con tutti i suoi coetanei, li avrebbe cercati iscrivendosi all'Università di Bologna, li avrebbe trovati solo per rendersi conto che la propria vita si sarebbe giocata in solitudine e avrebbe potuto unirsi agli altri unicamente attraverso 1'esercizio solitario e distanziato di una pratica vecchia quanto il mondo: la scrittura. Avrebbe capito che non sarebbe mai stato un protagonista, ma semplicemente un osservatore.

    La copertina della tesi di Pier Vittorio Tondelli


    VIA EMILIA
    In anni non lontani, avrei pensato alla Via Emilia come a una grande città della notte estesa trasversalmente sulla pianura del Po e percorsa, senza interruzione, dai TIR e dalle automobili, con le grandi discoteche come il Marabù di Villa Cella o il Bob Club di Modena innalzate nella campagna come sontuose cattedrali del divertimento, templi postmoderni di una gioventù ricca, attiva, disinibita... Avrei visto allora il grande rullo d'asfalto come una linea di separazione fra la dolcezza della collina emiliana, che di notte s'illumina di fari, bagliori colorati e punti fluorescenti, e l'estesa pianura che affonda verso la foce del Po, con le sue strade che derivano dalla via principale come tanti canali dal letto di un fiume e che portano, anche nelle terre più lontane, quello stesso messaggio di irrequietezza.
    Avrei allora percorso questo viale molte e molte notti ancora, fermandomi, lungo il percorso fra Parma e Reggio, in bar per camionisti, in night-club per sopravvissute, in balere per quarantenni e giovin signori indecisi se abbandonare la mamma e i suoi tortellini per "accompagnarsi" con una ragazza che magari non sa nemmeno cucinare e le camicie le manda in tintoria. Mi sarei fermato nelle discoteche, avrei sentito le parlate straniere dei viaggiatori, avrei incontrato una fauna di coetanei vivissima e spumeggiante che, nel periodo estivo, si sarebbe mischiata con i propri simili provenienti da tutto il Nord nel punto terminale ed estremo di quella stessa grande strada, di quella stessa abbagliante cittadina della notte: Rimini.

    REGGIO
    Un tempo, fino a pochissimi anni fa, avrei visto Reggio Emilia semplicemente come una tappa di questa direttrice che unisce le due grandi capitali della pianura, Milano e Rimini: il lavoro e il divertimento, la metropoli della vita quotidiana e la metropoli della vacanza. E così la vita in una città come Reggio assumeva valore solo se inserita in un sogno più ampio: l'immobilità della provincia, il muro di noia, di tristezza, di solitudine, si sfondava, nel segno dell'erranza, del movimento, dell'on the road lungo due direzioni contrapposte e complementari. Ora che non sono più quel ragazzo che corre sulla Via Emilia, incantato dalle mille luci della notte, preferisco pensare a Reggio e viverla, naturalmente seguendo una direttrice opposta: quella che, da un lato, vede la città estendersi verso il Po e, dall'altro, arrampicarsi verso l'appennino.

    BOLOGNA
    Il "weekend postmoderno" capitò più o meno in quel periodo: un fine-settimana della Bologna trend che, al pari di tanti altri, si annunciava con qualche festicciola, un salto in discoteca, l'inaugurazione di una mostra, amici di Roma e di Milano. E invece fu un trascorrere da un'emozione a un'altra come nessuno avrebbe immaginato: una contestazione punk alla sfilata di moda organizzata il venerdì sera da un amico fiorentino, con lanci di uova e verdure marce e i riflettori e le lampadine che scoppiavano centrate dai sassi come a un tiro a segno; una nottata nel Bronx di Borgo Panigale, con ritmi afro e Talking Heads e molti beveraggi. Poi gallerie d'arte e graffitisti e un conclusivo omicidio domenicale, come nei migliori weekend di Agatha Christie.
    Per me, gli anni ottanta finirono già lì, nel 1983, durante quel fine-settimana dove, sotto l'apparenza di una fiesta mobile di ragazzi allegri, e anche scatenati, si rivelarono la follia dei rapporti, l'eccesso di certi riti e anche la paura. Dopo, fu solamente il momento dell'osservazione, della riflessione, del lavoro sul materiale più o meno autobiografico.

    FIRENZE
    Andavo e venivo da Firenze, da Roma, da Milano, da Bologna. Avevo sempre la sacca pronta e uno smoking per le nottate. Poi il mio più caro amico fiorentino mi disse: "Prova a fermarti qui. Ti ho trovato una casa in cui potrai lavorare. Sarai solo e scriverai." E così, dopo due anni di fughe e di ritorni, incominciò la mia permanenza a Firenze.
    La città mi piaceva enormemente. Mi piaceva scendere dal Forte di Belvedere al giardino di Boboli, restarmene in una vineria a chiacchierare mentre fuori si scatenava il diluvio. Mi piaceva fare tardi la notte, frequentando caffè e locali notturni, nei quali ormai cominciavano a conoscermi; stavo imparando a muovermi autonomamente. La scena giovanile fiorentina era esuberante: mostre, party, feste, disco, rassegne cinematografiche, avanguardie teatrali, sfilate di moda; in una parola, il trend fiorentino anni ottanta esplodeva. Mi sembrò di trovarmi nel posto giusto al momento giusto. Un po' come quando frequentavo il DAMS, a Bologna, negli anni caldi fra il 1975 e il 1979.
    Eppure a Firenze ero uno straniero. Nessuna città italiana mi ha mai fatto avvertire così vivamente questa sensazione. A Firenze, per quanto tu faccia e per quanto tu conosca la gente, per quanto tu frequenti salotti e giri giusti, di colpo ti trovi a capire che quello di cui gli altri parlano, in un certo modo, in quella certa maniera, ti è negato. Sei un forestiero. E per questo che ho amato tanto Firenze in quegli anni. Mi offriva la possibilità di essere un forestiero, uno nuovo, senza farmi pesare l'ostracismo di una lingua straniera.

    VIAGGIARE
    Quando ero più giovane non mi piaceva viaggiare. Quando avevo vent'anni, mi imponevo ogni tanto di andarmene via, ma ero solito dire agli amici: "I paesaggi e le città non mi interessano, perché non li posso far miei. Non li posso mangiare." Lungo il mio viaggio solitario, una domenica, a Chantilly, mentre un amico rapito dal paesaggio autunnale, grigio, sfumato, eppure così vivo fra le acque degli stagni, le rive, i fusti degli alberi, le linee di un indefinibile orizzonte, diceva: "È un puro Corot. Lui ha dipinto esattamente questo luogo", mi sono chiesto perché da qualche anno anch'io ami i paesaggi, le città e i luoghi. E ami viaggiare.
    Allora mi sono dato una risposta. Quando ero ragazzo, ero un ignorantone, leggevo poco, scrivevo male. Se avessi visto quel paesaggio, avrei solamente ricevuto un'emozione turistica. Oggi, invece, che conosco Camille Corot, posso vedere e sentire quel paesaggio, quella città, quel luogo, in un modo diverso. Leggere libri, guardare opere d'arte, ascoltare musica, andare al cinema, sono tutte attività che nutrono il nostro sentire. Anche fare 1'amore, essere innamorati, spedirsi biglietti tra una lezione e l'altra, correre e andare in bicicletta sono attività che l'interiorità, il leggere, il guardare può nutrire.

    UNDER 25
    Questa attività fa parte del mio impegno di scrittore. Un autore non può scrivere per ventiquattr'ore al giorno per trecento giorni l'anno, anche se fra poco dirò che uno scrittore lavora sempre. Attività di questo genere - a ridosso della scrittura, sulla scrittura degli altri - per me sono importantissime, e mi diverto. Per me, fare letteratura non significa solo scrivere, ma anche pubblicare. Significa lavorare sui testi di questi ragazzi, chiedere di riscriverli, correggerli e aiutarli nella pubblicazione. In un certo senso, è un lavoro collettivo che mi ripaga dell'estrema solitudine in cui sono costretto quando a scrivere sono io.

    LEGGERE
    C'è stato un periodo della mia vita oddio, di questi momenti ne hanno avuti tutti: momenti in cui senti di non essere altro che una persona che gira a vuoto, momenti in cui le sordità degli amici alle tue insistenze affettive divengono atrocità e torture, momenti in cui sai perfettamente di essere in balia della tua storia e che, a parte te, nessuno riuscirà a drizzarla e a portarla sui binari giusti, c'è stato un periodo della mia vita, dicevo, in cui l'affanno per me stesso, il fatto di dovermi personalmente curare di una mia risalita alla superficie, mi appariva troppo grande, uno sforzo superiore alle mie possibilità. Quel momento di grandi difficoltà, durato all'incirca un anno, lentamente si dissolse; il maggiore aiuto che ebbi per riaffiorare alla superficie della vita fu costituito da un libro. Si tratta di "Frammenti di un discorso amoroso" di Roland Barthes.

    SCRIVERE
    Con "Biglietti agli amici" ho riscoperto il significato che può avere per un autore la pubblicazione, l'aprirsi, il comunicare. Non so come sia avvenuto questo. Ci sto pensando anche perché ho scadenze da rispettare con il mio editore ma, in questo momento, non ho nessuna voglia di scrivere e di darmi. Uno scrittore è sempre conteso, credo, fra questo buttarsi fuori, scarnificarsi in pubblico e il bisogno di scappare, tornare nel silenzio.
    Non credo che scrivere sia difficile. Talvolta è semplicemente difficile accettare che la propria vita preveda periodicamente questo strip-tease. Uno scrittore è una persona che tenta di vivere scrivendo e cerca di far sì che la scrittura contribuisca o riesca a restituire una ragione di vita.

    Sto ascoltando, nel walkmann, Enya e, sull'altra parte, Sandie Show: please help the cause against loneliness... Sono la mia compagnia preferita per combattere la noia di questi mesi invernali. Ma un flash potentissimo è stato invece provocato con da una vecchia cassetta dei Deacon Blue arrivando alla stazione di Bologna, al tramonto. Tutto sembrò veramente un film, inquadrato dal grande schermo della finestra dello scompartimento. Ero al buio e sul vetro si proiettava l'immagine arancione del deposito ferroviario e il cielo era fra il turchino, il cremisi e il blu notte...Chi stava viaggiando in quel momento? Forse io? No, erano le centinaia di volte in cui una persona con il mio stesso nome era arrivata, attraverso quindici anni, in quell'esatto punto: un accumulo di esperienze che diventavano nulle e trascurabili e lasciavano soltanto una persona sola, lì, davanti al finestrino, con gli occhi gonfi di pianto e di pietà.


















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a Palazzo Principi: Utopie Cispadane _ Pier Vittorio Tondelli
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"Un racconto sul vino" compie trent'anni.


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